Grugliasco, estate del 1945. La popolazione del piccolo centro alle porte di Torino cerca faticosamente di riprendersi dalla guerra e dalla lunga scia di lutti che essa aveva portato con sé. Quasi al confine nord del territorio comunale, in via Sabaudia, sorge il grande complesso della sezione femminile degli Ospedali Psichiatrici provinciali. I padiglioni, il grande giardino recintato sono deserti: già da qualche anno le pazienti erano state evacuate altrove a causa dei bombardamenti, che di fatto avevano danneggiato alcuni edifici. Il Comando Alleato requisisce l’ospedale e nel settembre 1945 lo assegna alla Croce Rossa britannica: è urgente, difatti, in tutto il territorio italiano individuare strutture idonee a ospitare campi di transito e smistamento per le centinaia di migliaia di profughi provenienti in maggioranza dall’Europa centrale e orientale, parte dei quali era rappresentata da ebrei sopravvissuti alla Shoah.

Nasce così a Grugliasco un Campo per profughi, destinato ad assisterli nel periodo, più o meno lungo, di attesa di poter partire per nuove destinazioni in cui rifarsi una vita. La Croce Rossa organizza e gestisce il Campo sino al 5 luglio 1946, data in cui la struttura viene presa in carico dall’U.N.R.R.A. (United Nation Relief and Rehabilitation Administration), organismo fondato nel 1943 per l’aiuto ai profughi della seconda guerra mondiale ma che supportò anche le popolazioni locali nei primi, difficilissimi anni post bellici. Tra la fine del 1946 e il 1949 il DP Camp n. 17 di Grugliasco avrebbe ospitato sino a più di 2.000 profughi, quasi tutti ebrei, costituendo la più grande struttura di assistenza dell’U.N.R.R.A. (che nel 1947 avrebbe passato le consegne all’I.R.O., International Refugee Organization) nell’Italia del nord.

I profughi di Grugliasco provengono dall’Europa dell’est: sono di origine polacca, ungherese, ceca, rumena, russa. Numerosi, peraltro, sono quelli che si dichiarano apolidi, senza voler indicare la propria nazionalità di origine. Giunti al campo privi di qualsiasi cosa, dopo viaggi lunghissimi e soste intermedie, spesso senza nemmeno documenti di identità, i profughi aspettano di ottenere un passaporto per poter ripartire per destinazioni oltre oceano (Stati Uniti, Canada, ma anche America Latina). I profughi ebrei non vogliono soprattutto essere rimpatriati: alcuni arrivano proprio dai paesi di origine, in cui avevano provato a fare ritorno dopo la liberazione dai campi di sterminio, di lavoro e dalle marce della morte, non ritrovando però più nulla della loro vita precedente e dovendo in molti casi subire amaramente un contesto ancora permeato di antisemitismo. Quasi tutti desidererebbero raggiungere la Palestina, ma gli inglesi stanno impedendo in qualsiasi modo questo esodo. Moltissimi, in realtà, prima del 1948 (anno di nascita dello stato di Israele) se ne andranno di nascosto per tentare di raggiungere i porti italiani, soprattutto quelli nel sud della penisola meno controllati dalle autorità britanniche, e riusciranno a imbarcarsi clandestinamente sulle navi del Mossad dirette in Palestina. Nel periodo che trascorrono nel Campo 17 di Grugliasco (2, 3 anni o anche 4), vengono comunque curati, nutriti e vestiti dall'U.N.R.R.A. e da altre organizzazioni quali l’A.J.D.C. (American Joint Distribution Committee), un’organizzazione ebraica d’oltreoceano creata nel 1914 e conosciuta semplicemente come Joint che contribuisce costantemente alle necessità dei campi; si organizzano l’istruzione per adulti e bambini, l’addestramento professionale e molte altre attività che possano contribuire alla ricostruzione di una vita.

 

Foto 7 DP Camp n 17 di Grugliasco Bambini che ricamano e colorano album maggio 1947

 

L’U.N.R.R.A e il Joint considerano il Campo di Grugliasco come uno dei migliori: gli edifici sono in buone condizioni e vi è anche un ampio giardino. Tuttavia, soprattutto nei periodi di maggiore affollamento, le condizioni igienico-sanitarie non sono certo ottimali e destano continue preoccupazioni per l’amministrazione. Alcune delle donne giunte nel campo sono già incinte, moltissime altre lo divengono durante la loro permanenza: i documenti disponibili indicano che nel campo di Grugliasco tra la primavera del 1946 e la fine del 1949 nascono 220 bambini, ma è probabile che il numero sia di gran lunga più alto rispetto a quanto riportato dai documenti rimasti. Sono nuove vite che rivelano il desiderio di andare avanti, di “rinascere” lasciandosi alle spalle la tragedia collettiva e individuale. E' un fatto documentato che, in tutti i campi profughi, il tasso di natalità sia altissimo. Le donne partoriscono nell’ospedale allestito nel Campo, ma vengono più spesso portate a Torino, all'Ospedale Maria Vittoria o all'Ospedale S. Anna (allora chiamato Ospedale di Maternità).